L’Artista

Così scriveva di sè Licinio Sacconi in occasione della mostra presso la Scuola del Fumetto di via Savona 10, mostra inserita nel contesto del Fotofestival di Milano edizione 2013

Il mio percorso artistico attraverso diversi “mezzi espressivi”

Si definiscono “mezzi espressivi” gli strumenti con cui una determinata epoca esprime (rende visibili) i contenuti che le sono propri. La pittura su tavola è stata un mezzo espressivo del medioevo, il mosaico lo è stato del V secolo d.C., ad esempio. I mezzi espressivi della nostra epoca sono diventati tanti anche perchè molteplici sono i contenuti possibili da esprimere.

Introduzione necessaria per dire che io ho fatto scuole artistiche (liceo e Accademia di Brera) dove si insegnava il disegno e la pittura attraverso la copia dal vero delle statue antiche e della modella (ho studiato pittura con il novecentista Enzo Morelli). Un insegnamento e una preparazione molto tradizionali insomma, piuttosto lontani da ciò che sessant’anni almeno di avanguardia sembravano aver dato per acquisito: l’importanza dei nuovi strumenti di comunicazione visiva, fotografia, cinema, mass media e la loro capacità di incidere profondamente nel pensiero e nell’epressione artistica dell’uomo d’oggi.

Il mio incontro con la fotografia è avvenuto perciò fuori dalla scuola, a 28 anni, dopo esser venuto a contatto, come altri della mia generazione, con gli artisti della Pop Art americana e inglese, e per il fatto che nelle opere di alcuni di essi era presente l’immagine fotografica stampata in serigrafia, il riporto fotografico dentro al quadro, la tela emulsionata e altre tecniche meccaniche di trasposizione foto-grafica dell’immagine meccanica.

L’abbandonare la pittura per la fotografia ha costituito la mia prima “rivoluzione” nel campo dell’immagine, piccola rivoluzione che nel giro di poco tempo, a seguito del mio avvicinamento (ma non troppo) al gruppo politico di Lotta Continua, si è fatta anche ideologica. E’ così che ho cominciato a utilizzare le foto che documentavano situazioni di disagio e conflitto sociale in DIAPOSITIVE, realizzando degli AUDIOVISIVI didattici da proiettare nei centri sociali dei quartieri, nel corso di occupazioni, nelle scuole, ecc.

Audiovisivo didattico come mezzo espressivo di comunicazione e di ricerca sull’immagine. Nell’audiovisivo infatti, cercavo non soltanto di veicolare messaggi socio-politici, ma anche di sperimentare soluzioni estetiche attraverso il sandwich di diapositive, la colorazione manuale delle pellicole, ecc. Inoltre erano presenti collages e fotomontaggi veri e propri sull’esempio di W. Berman, un maestro storico del fotomontaggio politico che avevo molto apprezzato in una importante mostra organizzata da Arturo Schwarz nel ’73 alla galleria Milano.

Mentre i miei compagni dell’Accademia di Brera continuavano a coltivare le Belle Arti, oppure alcuni di loro, dopo aver fatto una brevissima puntata nel territorio del sociale (erano gli anni “caldi” a cui sarebbero seguiti i tremendi “anni di piombo”), se ne erano presto allontanati, io per mezzo dell’audiovisivo (e marginalmente del cinema 16 mm), ho affrontato sul campo tematiche allora “di frontiera” quali il mondo delle periferie urbane, l’emarginazione giovanile, il carcere, la droga, il disagio mentale.

Disagio mentale di cui pure io soffrivo non poco e “carcere mentale” di cui pure io mi sentivo recluso, mi hanno spinto a compiere un’altra “rivoluzione”, questa volta di maggiore portata: abbandono graduale della politica e ingresso nel mondo della psicanalisi, cosa che ha contribuito non poco ad indirizzare la mia ricerca verso il mondo-dentro-di-me e come conseguenza, il mio fotomontaggio ha preso la forma di fotografia fantastica, onirica, o perlomeno volta a rendere visibile, attraverso quel “realismo ad alta iconicità” tipico della fotografia, ciò che stà dietro e al di sotto della realtà visibile.

E’ avvenuto allora che un poco alla volta ha preso corpo un fotomontaggio completamente composto in camera oscura col metodo delle esposizioni successive nelle diverse zone del foglio fotografico, dei vari “pezzi” d’immagine (come in un puzzle) a cui seguiva la colorazione della stampa bianco e nero (carta Ilfospeed semimatt) con l’aerografo. Ciò che un tempo avevo aprreso a scuola nel corso di pittura, ora lo utilizzavo nella fotografia manipolata per mezzo del “pennello meccanico”, l’aeropenna dell’aerografo meccanico (che ora fa parte degli strumenti digitali del foto-ritocco). Questo trattamento del bianco e nero approdava a un fotomontaggio morbido, di tipo pittorico.

Non stò a parlare delle mie periodiche “regressioni” nel campo della pittura, del disegno e dell’incisione su linoleum; Da dieci anni è avvenuto poi l’abbandono definitivo della camera oscura per il COMPUTER, un passaggio radicale dal buio appena rischiarato dalla lampadina giallo-rossa, alla luce di una stanza illuminata a giorno (anche se, è bene dire, non tutte le cose prodotte alla luce del sole sono per questo “luminose”)

In questa mostra alla scuola del fumetto di via Savona 10, espongo venti lavori che hanno per tema la favola e che fanno parte di una tematica fantastica che porto avanti da anni. Sono stampe digitali i cui colori sono stati corretti per mezzo dell’aerografo meccanico al fine di avvicinarmi il più possibile alla luminosità dell’immagine così come appare sullo schermo del computer.

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